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In ricordo di Gianni Romoli

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Eccomi qui, caro Gianni, con il cuore gonfio di commozione a leggerti il “comunicato” che non avrei voluto mai scrivere: l’estremo saluto non semplicemente a un amico ma, più propriamente, a un fratello.
Questa volta però dovrai accontentarti della mia “stesura”, senza intervenire – come solevi quando scrivevo i “comunicati” sindacali – a correggere questa o quella fras
e, a sfumare un concetto o, al contrario, a dargli maggior risalto.
Talvolta, lo sai, ero recalcitrante alle tue correzioni ma alla fine riuscivi sempre a convincermi che fosse giusto fare come dicevi tu. E te ne davo atto.
Da oggi, purtroppo, dovrò fare a meno dei tuoi suggerimenti. Ma soprattutto dovrò fare a meno della tua amicizia, così profonda e sincera da farmi dire, appunto, che non un semplice amico eri per me, ma davvero e in tutti i sensi un fratello. 
Come si può definire, del resto, una persona con cui si è lavorato gomito a gomito, in piena sintonia, per otto e più ore al giorno lungo un percorso di oltre 25 anni? Semplicemente: un fratello!
Ed è per questo caro Gianni che oggi, insieme a te, vola via anche una cospicua parte di me. 
Molte cose, di te, mi mancheranno. Mi mancherà la tua ironia dolente, sempre avvolta in un sottile velo di malinconia che solo ai superficiali riuscivi a nascondere; mi mancherà la tua concezione della vita, che amavi profondamente ma che avvertivi, quasi presago del tuo destino, in tutta la sua fragile provvisorietà: tanto da accettare con paziente rassegnazione le sempre più frequenti avversità che negli ultimi tempi andavano addensandosi sul tuo cammino.
Mi mancherai! Ma mancherai moltissimo, caro Gianni, anche a tutti coloro che hanno avuto il privilegio di conoscerti davvero e di assaporare la tua amicizia.


Raramente mi è capitato di incontrare qualcuno che dell’amicizia avesse un concetto così alto e per certi versi sacrale. Lo dico senza retorica. 
Per gli amici – e ne avevi tanti – eri disposto a compiere gesti di straordinaria generosità, senza mai farli pesare. E senza recriminare se taluno, come avviene purtroppo nelle umane vicende, finiva poi per allontanarsi da te.
Avevi, al riguardo, una singolare teoria: “far del bene a qualcuno” – mi dicevi col consueto gusto del paradosso – “è un atto di egoismo: serve innanzitutto a far star bene se stessi”! 
Forse, caro Gianni, a dispetto delle apparenze dentro di te si celava la saggezza di un filosofo dotato di una naturale attitudine a sdrammatizzare e a semplificare le cose complesse.
Come quando riuscivi, negli incontri negoziali con l’Amministrazione della Banca d’Italia, a stemperare le tensioni di una fase difficile con una delle tue battute semplici e genuine, dall’inconfondibile sapore popolare, che spesso inducevano le parti ad atteggiamenti più concilianti. Anche in questo sentiremo la tua mancanza.
La sentiranno i tuoi cari, privati bruscamente del tuo affetto e del tuo insostituibile apporto; la sentiranno tutti coloro che hanno avuto occasione di incontrarti e di conoscerti, anche in minima parte, e che oggi sono accorsi nella tua città a renderti omaggio con partecipazione sincera: i colleghi in servizio e in pensione, i Rappresentanti dell’Amministrazione della Banca d’Italia e degli Organi collaterali, i Rappresentanti della “tua” Cisl ma anche di tutte le altre Organizzazioni sindacali presenti in Banca.
Ad essi, per l’ultima volta in nome tuo, rivolgo un commosso ringraziamento. 
Quanto a me, caro Gianni, d’ora innanzi farò fatica a capacitarmi di non vederti spuntare improvvisamente sulla porta del nostro ufficio, con l’inseparabile cartella rigonfia di documenti e il passo lento e affaticato di questi ultimi mesi. Sempre pronto a sorridere, a scherzare e aiutarci ad affrontare i problemi lavorativi indossando con dignità i dolori che si potevano scorgere distintamente sul tuo viso, sempre più pallido e sofferente.
Hai voluto darci una mano fino all’ultimo giorno, stringendo l’anima tra i denti. E sinceramente mi sento un po’ in colpa per non aver compreso compiutamente che stavi ormai spegnendoti come una candelina. 
Ma non potevo capirlo caro Gianni poiché, semplicemente, mi era impossibile immaginare un domani senza la tua presenza.
Certo, volgendo oggi lo sguardo all’indietro, a questi ultimi mesi durante i quali ti sei silenziosamente inerpicato sul “tuo” Calvario, cercando di non gravare su nessuno e rendendoti anzi disponibile ad aiutare tutti, mi rendo conto che te ne stavano capitando troppe per poter sfuggire al tuo destino.
Un destino che pareva braccarti e che infine ti ha ghermito strappandoti al nostro affetto e lasciandoci attoniti e soli.
Pareva, la tua, negli ultimi tempi, una corsa ad ostacoli che vedeva sommarsi, ai problemi di salute, una serie infinita di altre avversità.
Restano ancora impressi nella mia mente lo sgomento e, subito dopo, il sollievo che ti presero quando il tuo giovane figliolo, pochi mesi fa, uscì miracolosamente illeso da un pauroso incidente.
Mi dicesti, a voce bassa, di dover ringraziare il Signore con opere di bene perché ti aveva concesso la grazia più grande che un padre possa desiderare.
Ma soprattutto conservo ancora il messaggio di auguri che mi inviasti la sera di Natale, il tuo ultimo Natale, ove auspicavi, testualmente, “un migliore anno nuovo, ché di questo ne abbiamo avuto abbastanza”!
Povero amico mio! Non potevI neanche immaginare che, per una crudele beffa del destino, l’anno nuovo si sarebbe portato via proprio te!
Da oggi non mi resta che sfogliare i ricordi. Continuerò a cercare la tua voce nel fruscio del vento che soffia tra i canneti, il tuo sorriso pacioso e bonario nel sole che tramonta dietro le colline, la tua fantasia lieve negli arcobaleni che solcano il cielo dopo la pioggia.
Addio Gianni, addio. Riposa in pace. E che la terra ti sia lieve!

Roberto Nardone

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