Il sessismo linguistico

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La nozione di “sessismo linguistico” è di recente formulazione. In Italia il dibattito sulla sociologia del linguaggio e sull’uso non sessista della lingua è ancora in essere, sebbene dell’argomento si discuta dagli anni ’80. La declinazione femminile di talune professioni o cariche istituzionali, già esplicitamente previsto in ambito europeo e realtà in taluni Paesi extra o intra Comunitari

(USA 1963 Guidelines for non-sexist usage; 1977 Dictionary of Occupational Titles, in Francia e Germania la costituzione di commissioni per lo studio della terminologia non sessista), non decolla in Italia sebbene la pari identità dei generi è una fattispecie costituzionalmente prevista.

La Commissione Nazionale per le Pari Opportunità nel 1987 fu promotrice di un’encomiabile iniziativa, ancora oggi fonte di studio, attuale e disattesa, a firma di Alma Sabatini, linguista e femminista attivista, “Il sessismo nella lingua italiana” che per prima si occupò della questione ed accese il dibattito sulla filologia e la semantica delle parole evidenziandone il legame con le discriminazioni culturali sottese. A questo lavoro seguì un vivace dibattito che ha raggiunto punte di eccellenza negli interventi di Patrizia Violi, Cecilia Robustelli, Aida Ribero, Ethel Serravalle, Laura Moschini. Oggi possiamo trovare articoli su quotidiani ad ampia tiratura (“La repubblica”, “Il Foglio”) o di settore (“Noi donne”, “Dol’s”), blog a questo intitolati (“Il sessismo nei linguaggi” ad esempio ha elaborato un piccolo prontuario per l’uso al femminile dei termini o “Vita da Streghe” un decalogo per una comunicazione a Zero Stereotipi) o pagine su social network come Face Book (“Sull’uso non sessista della lingua italiana”).

Lo snodo cruciale del dibattito non è squisitamente formale, ma segue un fine sostanziale. Le parole sono importanti perché veicolano il nostro pensiero: il sessismo e le discriminazioni si perpetuano attraverso la lingua parlata e scritta. E, partendo da questa osservazione di occultamento linguistico, si dipana la femminilità celata, come un caleidoscopio di immagini spezzate, su vari piani di indagine: culturale, storico, mediatico, politico. La lingua non solo manifesta, ma anche condiziona il nostro modo di pensare: veicola la visione del mondo e ce la impone. Siamo noi ad essere parlati dalla nostra lingua, in un ruolo passivo di ripetizione di ciò che ci circonda e che abbiamo assimilato per via imitativa. Le mappature dalle quali la nostra lingua prende forma sono ideologicamente condizionate. I nostri discorsi non sono ciò che il soggetto liberamente decide di dire, attengono piuttosto ad un processo discorsivo che crea la nozione stessa di individuo attraverso la quale si manifesta e si realizza. Il libero pensiero nell’essere codificato si traduce e si identifica in una serie di punti di riferimento culturali e simbolici archetipi.

Nella prassi si utilizzano a tutt’oggi pochissimi neologismi, adducendo motivazione di stile e fonetica, ove già sarebbero previsti nella grammatica italiana i corrispettivi di genere, addirittura utilizzati in taluni contesti (ad es.: avvocata nostra nella preghiera e non nei tribunali, direttrice/ispettrice scolastica e non in ambito finanziario o delle forze dell’ordine, segretaria in ufficio e non per cariche pubbliche, etc.). Il problema quindi non è la forma, ma ciò a cui essa rimanda. Non siamo abituati a queste parole al femminile perché le donne non hanno mai ricoperto quelle posizioni. Ora che le ministre, le avvocate e le architette ci sono, usiamo le parole giuste, perché l’eccezione del vocabolo (un nome maschile con un articolo femminile) richiama l’eccezionalità del significato: finché useremo espressioni anomale per indicare le donne, la loro presenza in posizioni di prestigio sarà sempre percepita e perpetuata come un’anomalia.

Ebbene questa è la rappresentazione tangibile del pregiudizio.

Lentamente e faticosamente si sta diffondendo questa sensibilità in ambito normativo, politico e universitario, ma resiste l’errata accezione del prestigio legato solo alla forma maschile del titolo. La declinazione al maschile di termini con valenza di categoria comprensiva sono falsi neutri poiché non abbracciano la generalità, bensì occultano la presenza femminile.

Il “s’intende compresa” è una tattica elusiva della questione,la donna NON è compresa bensì tenuta nell’implicito: concetto profondamente diverso!

E’ vero, il tema può sembrare irrilevante invece rappresenta la presa di coscienza dell’invisibilità linguistica della donna, fenomeno speculare della società. Che il linguaggio sia sessuato è noto, ma averne la percezione accresce la consapevolezza di una nuova conoscenza linguistica finalizzata a riconoscere la piena dignità, parità, importanza del genere femminile. La lingua è di per sé ideologica, ma la sua ideologia è generalmente nascosta e passa per  via subliminare. Il linguaggio monosessuato è un potente strumento di oppressione culturale, discrimina le donne e le esclude dal corretto riconoscimento.

Molte ineguaglianze semantiche presenti nell’uso non rispettoso dell’identità di genere del linguaggio sono la cartina di tornasole di una società sessista, espressione della mentalità che ha confinato la donna in determinati ruoli con richiami simbolici ben determinati rispetto al sesso, alla riproduzione, alla cura. Si tratta dell’ideologia di una parità non solo di diritti, ma di valori necessari per concretizzare una piena realizzazione del significato del termine libertà. Parità o, meglio, pari opportunità, infatti, non significano adeguamento allo standard maschile, bensì alla reale possibilità del pieno sviluppo e realizzazione per tutti gli esseri umani nel rispetto della propria peculiarità e reciproca diversità.

Strano concetto quello della parità se essa è parametrizzata all’uomo!

Non si vuole azzerare la differenza tra donna e uomo, al contrario eliminando ogni forma di priorità linguistica, si può evidenziare la specificità senza implicazioni gerarchiche, non solo, lo sviluppo di entrambe può migliorare la qualità espressiva della lingua e, quello che più conta, implementare un processo sociale già in atto, al quale bisogna semplicemente spianare la strada.

L’implicazione linguistica nel dibattito della differenziazione storica dei ruoli tra generi ha maturato un processo irreversibile di denuncia dell’invisibilità linguistica della donna. L’assenza dell’uso della declinazione al femminile di talune figure professionali e istituzionali oscura la presenza delle donne in tali ambiti e la mancanza di comunicazione si sostanzia in una negazione della donna stessa. A fronte di una costante ascesa e presenza di donne in ambiti lavorativi e ruoli differenti non corrisponde un’adeguata attenzione al loro riconoscimento sostantivato.

Molte delle dissimmetrie linguistiche semantiche presenti nel linguaggio sessista sono espressione di un ordine simbolico e materiale che ha confinato le donne nell’ambito del corpo, della sessualità, della riproduzione biologica e sociale, del ruolo della cura. Di conseguenza, ogni situazione che rappresenti la donna al di fuori di questi modelli è considerata dissonante e disarmonica.

La parola identifica e qualifica.

Ciò che non si dice non esiste!

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